Cuore a metà

scritto da AleGio
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Autore del testo AleGio

Testo: Cuore a metà
di AleGio

Il mattino porta sempre con sé una luce fredda, capace di rimettere ogni cosa al proprio posto; guardai fuori dalla finestra della cucina mentre aspettavo che il caffè salisse, ascoltando il respiro regolare di mio figlio che dormiva ancora nella stanza accanto. Era in momenti come quello, sospesi tra il silenzio della casa e l'inizio del dovere quotidiano, che le barriere della realtà si facevano più sottili lasciando spazio alla voce dell’anima.

Presi il telefono tra le mani, la superficie liscia dello schermo che rifletteva lo sguardo stanco di chi ha passato la notte a rincorrere fantasmi; le dita si muovevano quasi da sole, spinte da una forza che covava sotto la cenere degli anni.

«Scappiamo insieme?» scrissi, e per un attimo il cuore mancò un battito. «Non ti ho mai dimenticato. Ho vissuto i miei migliori anni alla ricerca del grande amore, ma io già sapevo dentro me che non lo avrei trovato perché il grande amore eri tu. Lo sei ancora e lo sarai per sempre.»

Un sospiro pesante interruppe il silenzio; era la verità, una verità scomoda e bellissima che custodivo in un angolo segreto dell’anima. La realtà reclamava il suo spazio, con tutta la sua concretezza fatta di scadenze, routine e legami indissolubili.

Eppure, quando il silenzio torna a farsi spazio, il presente mostra le sue crepe. L’attuale realtà non rispecchia affatto il grande amore che avevo immaginato da ragazza, e il pensiero di come sarebbe stata la mia vita accanto a te continua a tormentare la mia mente.

«Ognuno di noi adesso ha costruito la propria sfera personale e familiare» continuai a digitare sul display, sentendo il peso di ogni singola parola. «Addirittura io ho un figlio! Non ti nego che spesso con la fantasia immagino che potesse essere nostro figlio. Come sarebbe stato bello crescerlo insieme! so che saresti stato un padre perfetto.»

Mentre fissavo quelle scritte luminose, la mia mente scivolò indietro nel tempo, lasciando che i ricordi prendessero il sopravvento.

Nel 1992 il lavoro dei miei genitori aveva sradicato la mia vita, costringendomi a trasferirmi in un'altra città. Avevo lasciato il mio adorato piccolo paese con il cuore colmo di una tristezza profonda, ma soprattutto con un segreto che nessuno conosceva: tu facevi già parte di me. Eri rimasto là, tra le strade della mia infanzia, mentre io vivevo una vita a metà, sospesa tra i doveri della settimana e l'unico pensiero fisso che mi dava la forza di andare avanti.

Ogni singola domenica affrontavo il viaggio per tornare al mio paese; non importava se faceva freddo o c’era il sole: tornare nel luogo della mia infanzia spiegava le ali del mio cuore, sperando di incontrarti alla messa domenicale o anche solo di incrociare il tuo sguardo da lontano tra le vie del paese. Per lunghi anni avevo continuato a sbavarti dietro in silenzio, custodendolo come un sogno proibito.

Poi, arrivò quella domenica di fine gennaio del 1997. Non ricordo come lo seppi, ma la notizia che stessi male mi spinse a superare ogni timore; bussai alla tua porta e salii alla tua camera, fu la giornata in cui iniziammo a parlare di noi. Fu quel gesto, nato dall'impulso e da un amore silenzioso ma tenace, a cambiare ogni cosa.

La telefonata che ricevetti da te durante la settimana successiva aprì un varco nel tempo e nello spazio; dopo anni passati a desiderarlo in silenzio, a guardarlo da lontano con gli occhi pieni di una speranza totalizzante, quel contatto era sembrato l'inizio di qualcosa. Diventò l'inizio di una serie di conversazioni, per raccontarci le nostre vite, ad annullare i chilometri che ci separavano. All’inizio erano telefonate sporadiche e brevi incontri la domenica dopo la messa.

Eravamo così giovani. Io avevo quasi diciassette anni, tu quasi diciotto, quell'età in cui i sentimenti sono assoluti, totalizzanti.

Il destino poi scelse le note e i passi di un corso di ballo liscio e caraibici per unire le nostre vite.

Al paese organizzarono questo corso e decidemmo insieme di frequentarlo; diventammo partner, e da quel momento la domenica divenne il nostro vero appuntamento fisso.

Il ritorno in città, la domenica sera, portava sempre con sé una malinconia pungente; lasciare il paese significava staccarsi da te ma quella tristezza veniva subito salvata dalla consapevolezza che quel filo telefonico avrebbe unito almeno la nostra voce.

Poi arrivò il 29 marzo del 1997, il giorno del diciottesimo compleanno di Marco, non era più solo una data sul calendario o un giorno qualunque, è stato l’inizio del primo approccio. Eravamo stati invitati entrambi alla sua festa e io ero emozionatissima, con le farfalle nello stomaco al solo pensiero che ti avrei finalmente visto.
Quel ritorno al paese per la festa era l'appuntamento che avevo aspettato intrepida durante tutta la settimana. Quando i nostri sguardi si incrociarono nella confusione della festa, il mondo intorno a me si spense; qella sera la vicinanza prese il posto della distanza: siamo rimasti ore a parlare, trasformando quelle prime telefonate in presenza; le nostre parole sono diventate chiacchiere vere, scandite da sguardi complici, sorrisi spontanei e dal ritmo dei nostri respiri.
Mi riaccompagnasti anche a casa, percepivo nell'aria che non volevi staccarti da me, come se ogni secondo rubato al tempo fosse un modo per non far finire quella magia che si era creata inaspettatamente. Giorno dopo giorno, la distanza fisica stava perdendo il suo potere, stavo finalmente realizzando il mio sogno più nascosto.

La vera svolta arrivò al termine di una di quelle domeniche, a casa tua; l'adrenalina della musica caraibica era ancora nell'aria, ma tra le pareti della tua cucina, davanti al camino acceso, il silenzio si fece improvvisamente denso. Fu lì che accadde...il primo bacio ed il primo "Ti Amo", un istante eterno che cancellò di colpo gli anni di attesa e nostalgia. Da quel pomeriggio diventammo semplicemente inseparabili; le domeniche iniziarono ad avere il sapore dell'amore.

Ci stavamo sintonizzando su tutto ed il ballo fece inevitabilmente la sua parte, la pressione leggera di una mano sulla schiena, e i nostri passi si muovevano all'unisono, tra salsa, merengue, polca saltellata e tango.

Le nostre telefonate settimanali diventavano sempre più intense ci chiamavamo una sera io ed una sera tu; tu scendevi al bar del paese vicino e ti chiudevi nella cabina telefonica pubblica, stringendo in mano il tuo budget di diecimila lire. Sentivo il rumore metallico degli scatti che scorrevano veloci, mentre io, dall'altra parte del filo a casa mia, consumavo le ore senza pensare alle bollette salate che puntualmente arrivavano ai miei genitori, scatenando i loro rimproveri.

Arrivarono i primi regali, ricordo ancora il regalo ricevuto a Pasqua: una catenina con un cuore d'argento diviso a metà, metà io e metà tu; mi sentivo così immensamente amata. E quello stesso anno, la nostra prima pasquetta in montagna: eravamo in compagnia di amici, eppure, in mezzo a tutti, eravamo soli io e te, protetti da una bolla invisibile.

Poi entrò l'estate, e festeggiai il mio diciassettesimo compleanno in pizzeria al paese, circondata dagli amici di sempre, ma con te costantemente al mio fianco e al centro delle mie attenzioni. Per le vacanze scolastiche, decisi di trasferirmi per tutto il periodo estivo a casa dei miei nonni al paese, pur di viverti appieno, non avrei sopportato l’idea di starti lontano!

Le nostre giornate avevano il ritmo dei giri in motorino, entrambi avevamo lo stesso modello, il mio di un bluette acceso, il tuo nero; ricordo quando caddi con il motorino in una strada che all'epoca non era ancora asfaltata. Ero terrorizzata, ma tu corresti da me e, per non farmi sgridare da mio padre, mi portasti a casa tua, tirasti fuori gli attrezzi e sostituisti la mia freccia rotta con la tua.

Ad agosto arrivò anche il grande passo. Avevamo il desiderio profondo di conoscere meglio i nostri corpi...ci avevamo già provato, ma l'emozione, l'imbarazzo e la paura della prima volta non ci permisero di concludere quel primo passo verso l'adultità. In quel pomeriggio di agosto, approfittando del fatto che i miei erano in città e i miei nonni erano usciti per andare a messa, ci accordammo perché tu venissi da me...nella mia piccola camera i nostri corpi si unirono con impaccio, ma con una dolcezza infinita. Quel giorno diventammo un solo corpo e una sola anima. Subito dopo non ci dicemmo nulla; ci guardammo solo negli occhi, in un silenzio pieno di calore e quella sera, alla partita di calcetto del paese, c'era qualcosa in più che ci univa, un segreto invisibile agli occhi degli altri.

Da quella prima volta niente e nessuno ci fermò più. Ogni prato era nostro, mettemmo una coperta sotto il sellino del tuo motorino nero e, finché non iniziò la scuola e non arrivò l'autunno, salivamo in montagna. Nel primo prato verde libero da occhi indiscreti aprivamo quella coperta e ci donavamo l'uno all'altra, mentre il sole estivo ci scaldava la pelle. Due ragazzi nel sole ora fanno l'amore... cantava la radio, e sembrava parlasse proprio di noi.

Poi, inevitabilmente, settembre arrivò, riniziò la scuola e con sè il mio ritorno in città. Quella volta salire sulla macchina dei miei, lasciandomi il paese alle spalle fu davvero difficile, avevo il cuore triste, ma era un vuoto colmo di ricordi incantevoli della nostra prima ricca estate. Tornammo alle lunghe telefonate settimanali e ai nostri incontri la domenica.

Ma quelle chiamate si erano arricchite di particolari, di una complicità nuova e segreta. Le concludevamo sempre con un rito fatto di domande che erano in tutto e per tutto delle promesse: «Mi ami? Vuoi continuare a fare l’amore con me?». E poi, osando guardare un futuro lontano con la splendida incoscienza dei nostri diciassette anni: «Vuoi avere dei figli con me?». Con quelle promesse nell'orecchio riattaccavo la cornetta, respirando a fondo nel buio, ed aprivo il mio cuore e la mia anima alla notte, con la dolce speranza di sognare di noi.

Arrivò ottobre e con sé il tuo diciottesimo compleanno. Ricordo la bellissima festa al circolo del paese con tutti gli amici e i parenti, la sera in cui mi presentasti a loro con orgoglio. Subito dopo arrivò la tua patente, e con i primi freddi i sedili della macchina presero il posto dei prati. La Fiat 127 bianca e, nelle grandi occasioni, la Tempra color canna da zucchero del tuo papà divennero i nostri nuovi mondi. La domenica, dopo il corso di ballo, con una scusa ci appartavamo e dentro quelle auto ci donavamo i nostri corpi e le nostre anime con una purezza immensa, intatta e candida esattamente come lo erano i nostri sentimenti.

Poi, in una giornata fredda di novembre, arrivò il colpo di scena che non avrei mai dimenticato. Al ritorno da scuola, stanca e con la solita malinconia addosso, entrai a casa e notai un posto in più apparecchiato a tavola. Il suono netto del campanello interruppe il silenzio. Sulla soglia del pianerottolo vidi mio zio Daniele, che mi sorrideva con un'espressione misteriosa; si spostò di lato e, dietro di lui... sorpresa! C'eri tu. Ancora oggi ricordo e sento sulla pelle quell'emozione improvvisa nel vederti lì, dritto davanti a me, con quegli occhioni verdi spalancati che sembravano dirmi senza bisogno di parole: «Hai visto che sorpresa? Vedi quanto tengo a te?». Oggi posso dire con certezza che sei stato l'unico uomo in tutta la mia vita capace di sorprendermi così, e avevi solo diciotto anni. Ma certe cose o le hai scritte nell'anima, o non le farai mai. Dopo pranzo trascorremmo tutto il pomeriggio chiusi nella mia cameretta, tra abbracci stretti, carezze e piccole effusioni delicate, senza farci scoprire da mia mamma che era in cucina, poi il tuo ritorno a casa con la promessa di rivederci la domenica successiva.

L’avanzare dell'inverno portò anche le prime piccole incomprensioni. Io ero sempre più nervosa, irrequieta: non mi bastavano più solo le domeniche per vederti. Tu, dall'altra parte, eri alle prese con l'impegno dell'ultimo anno scolastico delle superiori. Eppure, proprio allora, decidemmo di regalarci la fedina per Natale. Venisti nella città dove risiedevo e andammo a comprarla insieme.

Era la sera della vigilia di Natale, il paese era avvolto in un freddo limpido e la piazza sembrava sospesa in un'attesa sacra. Ci trovammo proprio lì, davanti alla nostra chiesa che era già aperta e pronta per la messa di mezzanotte; ma non rimanemmo fuori, entrammo dentro; l'interno era silenzioso, illuminato dalle candele dell'altare, pervasa dal profumo dell'incenso. Fu proprio lì dentro, al riparo dal freddo e da occhi indiscreti, che ci guardammo e ci scambiammo le fedine. Sfilammo gli anelli dalle scatoline e ce li calammo al dito con la promessa solenne di non lasciarci mai. In quel momento, mentre guardavamo il presepe con il bambinello ancora coperto, eravamo certi che il Signore che stava per nascere avrebbe protetto il nostro amore, custodendolo da ogni tempesta; c'era la promessa solenne di proteggerci, di appartenerci e di superare ogni incomprensione e ogni distanza. Con quel cerchietto d’oro che brillava, le nostre anime si legarono ancora di più, pronte ad affrontare insieme tutto ciò che il futuro avrebbe portato. E poi arrivò il giorno di Natale. La mattina andammo a messa insieme; per due ragazzi di diciassette e diciotto anni, che la sera prima si erano scambiati le fedine in chiesa, quel Natale aveva una luce del tutto nuova. Era il primo giorno ufficiale di una promessa eterna, un mattino in cui ci si svegliava sentendosi uniti da un legame invisibile ma indissolubile, portando al dito quell’anellino d’oro che cambiava il sapore di ogni cosa. A pranzo ognuno di noi restò con la propria famiglia, come imponeva la tradizione familiare, ma la distanza durò solo il tempo del pasto. Nella sera di Natale, tu facesti qualcosa che mi lasciò ancora una volta senza fiato: ti presentasti a casa di mia nonna, dove eravamo tutti riuniti, vestito da Babbo Natale, solo per fare una sorpresa e portare un momento di magia ai miei cugini piccolini. Ricordo ancora i loro occhi spalancati, le loro risate e la tua pazienza infinita sotto quel costume rosso e la barba bianca e dentro quella sacca piena di regali. Guardandoti muoverti con quella naturalezza e quella generosità, sentii un calore immenso al petto: solo tu eri capace di certi gesti, così spontanei e pieni d'amore. Avevi solo diciotto anni, ma un'anima così grande che continuava a riempire ogni angolo del mio mondo.

E dopo il Natale, arrivò il momento del nostro primo Capodanno insieme. La realtà delle regole familiari si fece sentire: non essendo ancora maggiorenne, i miei genitori non mi permettevano di uscire da sola a festeggiare la notte di San Silvestro e così decidemmo insieme di partecipare al cenone al circolo del paese, ci ritrovammo in mezzo ai nostri genitori e ai loro amici. Eravamo incredibilmente felici anche lì, circondati dagli adulti e dai loro discorsi: non importava dove fossimo o chi ci fosse intorno, l'unica cosa che contava davvero, l'unica che avesse un senso profondo, era stare insieme.

All’epoca non potevamo capire quanto poi fossero pericolose queste decisioni! Nella splendida incoscienza di quegli anni, vedevamo quella rinuncia come un romantico sacrificio, la prova schiacciante che il nostro amore poteva bastare a se stesso, isolandoci dal resto del mondo. Non intuivamo che stavamo gettando le basi per un legame simbiotico ed escludente, un castello bellissimo ma privo di uscite di sicurezza. Rinunciare ai coetanei, chiuderci nella nostra bolla e fare spazio solo a noi due ci sembrava del tutto normale; in realtà, stavamo stringendo un nodo così stretto che, al primo accenno di crescita o al primo desiderio di libertà e leggerezza, avrebbe finito per soffocarci entrambi, trasformando quella felicità assoluta in una trappola da cui sarebbe stato impossibile uscire indenni.

I passi di ballo si incastravano alla perfezione. Sentivo gli sguardi degli adulti su di noi, ma per noi il resto della sala non esisteva; allo scoccare della mezzanotte, brindammo al 1998 con la certezza che ci avrebbe visto ancora insieme...che avremmo continuato a ballare con il ritmo del nostro cuore per tutto il tempo a venire: una promessa bellissima sussurrata tra i brindisi, uniti dalla certezza che nulla avrebbe mai potuto dividerci.

Quel gennaio del 1998 si aprì con grandi speranze. Tu sei diventato sempre più parte di me e della mia famiglia, anche quando quella sera di gennaio un piccolo incendio divampò all'improvviso a casa di mia nonna e tu eri presente lì vicino a me, mentre io ero completamente scioccata dalla paura. Fu in momenti come quello che capii quanto profondo fosse il nostro legame.

Poi arrivò San Valentino e quell'anello di zirconi, un pensiero splendido che rinnovava tutto l'amore che provavi per me. Ma qualcosa tra di noi iniziò a cambiare; a volte ti sentivo più distante. Forse la nostra relazione bloccava le tue esperienze con gli amici. La tua settimana era stritolata tra la scuola, il sabato sera e la domenica sempre e solo con me.
Quella 127 bianca fu anche testimone della mia prima guida: tu che con tanta pazienza una domenica mi portasti in montagna per farmi prendere confidenza con cambio e pedali. La pazienza era una caratteristica che ti ha sempre contraddistinto, anche quando ero in preda ai miei momenti di debolezza in una fase della mia vita un po' caotica. Eppure, proprio questi miei stati d'animo e i miei improvvisi scatti d'ira ti portarono a riflettere sulla nostra relazione.

Tra piccoli malintesi e grandi passioni, è arrivato il giorno del mio diciottesimo compleanno, un traguardo che porta con sé l’inizio di una consapevolezza di essere grandi. Sei stato tu a compormi gli inviti per la festa che avevo organizzato; tu, insieme al tuo papà, li avete stampati rigorosamente su fogli color verde, il colore della speranza e dei diciott'anni. Ricordo la stampante sul tavolo della tua piccola stanza adiacente il tinello che tirava fuori gli inviti! Ma la magia non si è fermata lì. Anche in quel contesto, non hai perso l'occasione per sorprendermi e farmi battere il cuore: quelle diciotto rose rosse, il tuo modo perfetto per dirmi che c'eri stato e c’eri ancora.

Con l'arrivo dei miei diciotto anni, arrivò anche l'estate, portando con sé un carico di luce che in realtà ha solo illuminato le nostre ombre.

Mentre i tuoi amici uscivano a ballare, liberi e senza pensieri, tu restavi indietro, intrappolato in un silenzio che faceva male. Soffrivi, diviso tra la voglia di divertirti e il peso della mia gelosia, sapendo che se fossi andato ti saresti sentito in colpa. In quel clima soffocante, la paura ha iniziato a scavare dentro di noi, trasformandosi in ferite aperte.

Quell’estate non mi trasferii definitivamente dai nonni, alternavo periodi al paese e periodi in città, per lasciarti un pò di libertà, ma comunque eri sempre più sfuggente, distante, un fantasma che non riuscivo più a stringere, e l'idea di perderti mi faceva letteralmente impazzire.

Così, mossa dal desiderio folle di farti un dispetto per quel muro che stavi costruendo tra di noi, ho cercato un rifugio sbagliato e mi sono trovata tra le braccia di un altro ragazzo. È stato solo un bacio, un unico, maledetto istante di cui mi sono pentita amaramente. In quel momento di vuoto totale avevo un disperato bisogno di un contatto, di sentirmi viva e stretta da qualcuno; ma proprio mentre abbracciavo un corpo che non era il tuo, mi è crollata addosso la verità più dolorosa: solo le tue braccia sapevano darmi quel calore e quella protezione che cercavo. Solo tu avevi il potere di placare il mio caos, ma proprio in quel momento non potevo averti accanto.

L'estate trascorse così, tra quegli alti e bassi logoranti, finché arrivò il momento della resa. Ricordo come fosse adesso il nostro ultimo pomeriggio insieme.

Era una domenica uggiosa di inizi settembre, il cielo carico di nuvole, specchio perfetto delle nostre emozioni pesanti. Eravamo lì, uno di fronte all'altra, fermi sui nostri motorini, che avevano accompagnato la prima nostra estate di libertà e testimoni delle nostre emozioni. Misi da parte ogni orgoglio e misi a nudo la mia anima. Ti chiedevo perdono, con le lacrime agli occhi, per quel bacio dato a un altro senza pensare, e ti promettevo con tutta l'anima che sarei cambiata, che sarei stata meno irascibile, se solo tu fossi restato ancora con me, se avresti ripreso a far brillare la nostra luce che si stava spegnendo. Non sapevo se anche tu eri stato spinto a sperimentare altre emozioni e che cosa ti avevano lasciato, ma in quel momento era l’ultima cosa che mi interessava.

Facemmo ripartire i motorini e andammo a casa tua, quasi a cercare un riparo che sapevamo essere l'ultimo. Rimanemmo chiusi nella tua stanza, davanti a quella cassettina di legno segreta che custodiva la nostra storia: le nostre lettere d'amore, le foto dei nostri pomeriggi insieme, i piccoli ricordi e… i preservativi rimasti dall'estate. Guardando quella cassetta, che era stata la custode silenziosa delle nostre emozioni più intime e profonde, ti chiesi con il cuore in mano di fare chiarezza dentro di te, di non buttare via tutto. E poi, mossa da una disperazione totalizzante ti strappai una promessa assurda, l'ultimo disperato tentativo di mettere un sigillo invisibile sul nostro legame che si sfilacciava: volevo che mi promettessi che quei preservativi rimasti lì, dentro i nostri ricordi, non li avresti usati mai, mai con nessuna, se non fossi stata io; volevo che quel pezzo di vita rimanesse inviolabile, una terra sacra in cui nessun'altra avrebbe dovuto mettere piede. Ma la realtà si stava portando via ogni cosa; tutto intorno a noi era un presagio chiaro che la nostra bellissima storia d'amore era ormai giunta al capolinea, destinata a concludersi per sempre sotto il peso degli errori e della crescita.

Da quel giorno, non ci siamo più parlati. Il silenzio calò come una mannaia, freddo e definitivo. Io, mossa dalla rabbia e dal dolore, ti feci recapitare tutti i regali che mi avevi fatto, un tentativo disperato di restituirti il vuoto che mi avevi lasciato. Tu neanche quelli; non restituisti nulla. Trattenesti tutto, compreso quel braccialetto mio che volevo tenessi tu, lasciando che il tempo congelasse ogni cosa in quell'istante di settembre. La nostra bellissima storia d'amore si concluse così, svanendo nel nulla di un inverno senza voci.

La caffettiera sul fuoco iniziò a borbottare con insistenza, il profumo intenso e familiare del caffè si diffuse rapidamente nella stanza, interrompendo bruscamente il flusso dei ricordi e riportandomi al presente con la forza di uno strattone.

Guardai le parole luminose ancora scritte sul display del telefono. Il cursore lampeggiava dopo la parola "perfetto", come un cuore elettronico in attesa di un comando. Bastava un tocco del pollice sul tasto di invio per lanciare quel messaggio nel vuoto, per scardinare le vite che entrambi, con fatica e pazienza, avevamo costruito in quegli anni di silenzio.

Rimasi immobile per un lunghissimo istante, sospesa tra due mondi. Guardavo il mio anulare, oggi nudo, senza nulla, consapevole che nessun legame successivo e nessun anello avrebbero mai potuto sostituire il valore di quel cerchietto d'oro scambiato nella notte di Natale del 1997. Non c'era oro o promessa del presente capace di prendere il posto di quel patto puro e assoluto, che a distanza di anni continuava a pesare sul mio anulare con la forza di un'impronta invisibile ma indelebile.

Guardai di nuovo lo schermo. Feci un respiro profondo, premetti il tasto di cancellazione e vidi le parole svanire una dopo l'altra, inghiottite dal vuoto del display. Cancellai la richiesta di fuga. Cancellai il rimpianto per il figlio mai avuto insieme. Cancellai l’illusione. Spensi lo schermo del telefono, lo girai a faccia in giù sul tavolo e mi voltai verso la camera di mio figlio.

Mio figlio apparve sulla soglia, i capelli scompigliati dal sonno e gli occhi semichiusi per la luce del mattino. «Buongiorno, mamma», sussurrò con la voce ancora impastata, stringendo le sue braccia intorno al mio collo.

«Buongiorno, amore mio», risposi con la mia voce ferma.

Lo accolsi, stringendolo forte a me. Nel momento in cui il mio viso affondò nell'incavo del suo collo, respirando quel profumo di buono, pulito e assoluto che solo lui possedeva, sentii un click interiore. Questo è un amore assoluto, immenso, l'unica forza capace di riempire davvero il mio cuore in questa vita da adulta.

Capii in quel preciso istante che la realtà non era una crepa o un ripiego rispetto al sogno da ragazza. Mio figlio era la risposta esatta al mio destino. Se la nostra storia si era interrotta in quel pomeriggio uggioso di settembre, non era stato per un tragico errore, ma perché il suo compito era finito. Quel ragazzo dagli occhi verdi mi aveva insegnato ad amare, mi aveva fatto scoprire la sacralità di un abbraccio e la vulnerabilità di un cuore spezzato. Aveva tenuto il mio braccialetto, e con esso aveva custodito la parte migliore della mia adolescenza, permettendomi di camminare verso il futuro senza perdere quel pezzo di me.

Versai il caffè nella tazza, mentre la luce fredda del mattino d'ottobre illuminava i dettagli della mia cucina, rendendo ogni cosa nitida, reale e bellissima. Non c'era più bisogno di scappare, né di rincorrere fantasmi nella notte. Il cerchio non era rimasto aperto: si era chiuso perfettamente nell'attimo in cui avevo scelto di non inviare quel messaggio, trasformando la nostalgia in una profonda, immensa gratitudine per ciò che era stato.

Cuore a metà testo di AleGio
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